KILL PIL 2011

Nuvolearte Montesarchio (BN)

di Domenico Maria Papa

L’installazione site-specific «Kill PIL. Uccidi il Prodotto Interno Lordo» del gruppo artistico LALOBA (Anna Crescenzi&Renata Petti), pensata per lo spazio di Nuvolearte, denuncia i limiti di una certa idea di progresso che riduce la crescita e il progresso di una società alle mere dinamiche di mercato. 
Il PIL è un indice macroeconomico che misura la produzione di beni e servizi prodotti da un paese in un certo periodo e destinati al consumo finale. In base al PIL, come non mancano di ricordarci costantemente i media, è valutata la crescita dell’economia di una nazione. In ragione della crescita o alla diminuzione del PIL sono adottate misure di carattere politico che hanno influenza sulla vita quotidiana delle popolazioni.
Qualsiasi indicatore statistico rappresenta, però, uno strumento ambiguo: permette di dare forma a un fenomeno per meglio comprenderlo, ma al tempo stesso ne è una riduzione semplificata. Soprattutto dove un indicatore è astratto da un contesto di conoscenze, rischia di diventare una vuota simbologia, utile a giustificare qualsiasi teoria. Il PIL, dunque, può esprimere la crescita di una nazione, solo se per crescita si intende esclusivamente la produzione indirizzata al consumo. Se, invece, il concetto di crescita non è esclusivamente nell’accumulo di ricchezza, ma comprende fattori culturali, di benessere sociale, di incremento della soddisfazione e felicità personale, evidentemente, il PIL non ha più alcuna efficacia.
Da molti anni gli economisti hanno avviato una approfondita discussione sulla reale utilità della misura del PIL nella programmazione economica: alcuni indicano misure alternative come l’ «indicatore di progresso reale», o la «felicità nazionale» o ancora il «subjective well-being», il tutto nel tentativo di superare il cosiddetto paradosso di Easterlin, ovvero la costatazione, appunto paradossale per un economista, che la felicità degli individui dipenda poco dalle variazioni di reddito. Dalle indagini statistiche dove si chieda a una certa comunità di indicare il grado di benessere e di soddisfazione e insieme a quello del reddito, emerge che non sempre il reddito è in relazione alla percezione della propria felicità. Una verità che la sapienza dei proverbi aveva scoperto prima delle teorie economiche? Una riprova che la nonna contadina sa quello che un professore di Harvard faticosamente ha ancora da scoprire? Ma, soprattutto, in tutto questo che ne è dell’arte?
L’arte adotta logiche spesso distanti dall’economia. Anzi l’arte può essere per molti versi intesa come l’attività per eccellenza antieconomica. La produzione degli artisti in un paese non è facilmente inquadrabile nel Prodotto Interno Lordo. Anche quando l’arte ci sorprende diventando la il massimo feticcio di un mercato scervellato, insegna qualcosa all’economista, contraddicendolo. Come può, infatti, un’orinatoio da pochi franchi, fuori da ogni processo produttivo, diventare una costosa opera d’arte, semplicemente cambiando collocazione? O come può un’opera effimera come lo è una performace attirare investimenti colossali? Non è, però, compito dell’arte dimostrare i paradossi dell’economia, anche quando ad arte si ricoprono di costosi diamanti un teschio. 
Ci piace pensare che, proprio al di fuori degli indici economici, al di là delle misure della produzione e del consumo, all’arte sia dato il compito di indagare la radice della nozione stessa non di ricchezza, ma di felicità. 
L’arte fornisce, per questa indagine, uno strumento formidabile che è la bellezza. Il bello, in qualsiasi accezione sia inteso, produce benessere e dunque è il presupposto per una condizione di felicità. Se, però, un tempo il benessere poteva coincidere un tempo con la sola contemplazione di forme belle, nella produzione artistica attuale, il bello deve coincidere con l’appropriatezza, con il valore che un’opera assume per una comunità che in essa riconosce. L’opera d’arte è oggi, perciò, il luogo delle relazioni, è il medium attraverso il quale il sentire di ciascuno entra in risonanza con il sentire dell’altro e si fa esperienza dell’essere stesso in un luogo. Dell’appartenere a una comune condizione esistenziale.
L’installazione “Kill PIL” del gruppo artistico LALOBA, sin dal titolo ironicamente tarantiniano, assume una posizione critica nei confronti degli indicatori economici e di tutto un approccio teorico che ascrivendo all’economia la facoltà di interpretare la natura dei rapporti tra le persone, di fatto ne falsifica l’essenza. Come si diceva, l’arte è per vocazione antieconomica e Kill PIL rappresenta più che un invito ad abbandonare una visione consumistica, un richiamo alla ragione prima e più autentica del fare arte che si realizza attraverso la ricerca del bello, attraverso la cura, l’appartenenza, la terra e la vita della natura, Il senso della comunità.   
Poeticamente abita l’uomo su questa terra, avverte Hölderlin, in un’espressione che potrebbe essere adottata come chiave di lettura per l’installazione, ma più ancora per tutto il pensiero che ne sottende il progetto.
Una casa di rami di nocciolo intrecciati diviene parte dello spazio espositivo. Fuoriesce dalla parete. È l’anima ctonia che lo spazio a stento trattiene e, così come è abitudine del gruppo Laloba, diviene manuale registrazione di un fare meticoloso, che utilizza materie naturali, impiegate e piegate secondo un sapere che vuole farsi antico. Anche in precedenti installazioni, le artiste hanno utilizzato rami, alberi e piume per un manufatto che, collocato per esempio all’aperto, in campagna, nella cornice di un paesaggio di grande bellezza, rimane in bilico tra oggetto d’arte, attrezzo di utilità contadina e prodotto naturale. Nell’installazione Kill PIL lo spaccato della casa forza le pareti bianche della galleria con una costruzione, in equilibrio tra domini diversi. E proprio l’equilibrio incerto è quello praticato nella scelta di far poggiare la «casa» con un solo spigolo sul pavimento. 
Ancora, il rapporto naturale/artificiale, di opposizione e composizione è sperimentato attraverso il video che attraversa la vegetazione, rende difficile una perfetta riconoscibilità delle forme fino a condensarsi in una macchia rossa che pulsa. L’installazione si compone anche di un corpo piumato: la sagoma di una persona reclinata è disegnata dall’aggregarsi di piume che definiscono così un volume non chiuso, attraversabile dallo sguardo. Quella che è l’anatomia opaca delle membra umane diviene qui consistenza leggera e delicata, a significare la provvisorietà e l’impossibilità a permanere propria della nostra condizione. A un essere fatto di piume bisogna dedicare ogni delicatezza: un ammonimento deciso a considerare la debolezza di ogni organismo vivente.
Tutta l’installazione, sembra voler costantemente comunicare la poesia dell’immateriale. È un richiamo, tutto femminile, alla necessità della cura nei confronti della vita e del «custodire la terra», come dichiarano le artiste. È un messaggio di responsabilità e di accoglienza che si oppone all’ottusa rigidità delle leggi, maschili, dell’economia. La messa a nudo dell’inutilità di un indicatore è il fine dell’installazione ed è il fine dell’opera d’arte più in generale, ma pur non essendo suo compito, in questo caso, l’opera ci propone di ripensare il fondamento stesso dell’economia. E lo fa riportandola alle sue più autentiche radici etimologiche. Economia trova origine nella parola greca oikos, casa. Non può essere un caso che anche il termine ecologia abbia lo stesso etimo in «casa».